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Lunedì, 02 Marzo 2026
Politica

Il bounty killer che voleva il Nobel per la pace

I conflitti aveva promesso di farli terminare pochi giorni dopo il suo insediamento, invece è diventato il bounty killer del pianeta. Ma il suo consenso diminuisce sempre di più: fare la guerra conviene solo a lui.
Di mm MARTEDì, 03 NOVEMBRE 2026


L'attacco sferrato nelle ultime ore dall'amministrazione Trump contro l'Iran ha scosso profondamente l'opinione pubblica mondiale. E la notizia della morte della guida suprema iraniana, l'ayatollah Ali Khamenei, durante l'operazione denominata «epic fury», ha trasformato la crisi diplomatica in un conflitto aperto dagli esiti imprevedibili. Insomma: siamo di fronte ad una vera e propria guerra.

Quello che segue è un rapporto, sintetico ma preciso, di come gli esperti ed i cittadini americani stanno reagendo a questo evento. Ora.


Gli Scettici. La sommessa


Se potessimo riassumere il sentimento degli analisti più autorevoli in una parola, sceglieremmo questa: «scommessa» («gamble»). Più che di strategia, l'azione di Trump è considerata, soprattutto da coloro che si dichiarano contrari, un salto nel buio.

In sintesi, il sentimento prevalente è che decapitare il regime iraniano senza una forza di occupazione, nè un governo di transizione già pronto, sia estremamente pericoloso.


Barbara Slavin (Stimson center) è una della massime esperte americane di Iran. Ha definito l'attacco di Trump un atto di «incendio doloso geopolitico». Secondo lei, Trump ha distrutto l'unica autorità centrale capace di prevenire una guerra civile interna all'Iran, rischiando di creare un vuoto di potere che sarà riempito dalle fazioni più radicali delle Guardie della Rivoluzione (IRGC).

Paul Pillar (ex analista CIA, Georgetown University). Ha dichiarato che l'amministrazione sta ripetendo lo stesso errore commesso in Iraq nel 2003: «confondere la caduta di un tiranno con una vittoria strategica». Per Pillar, l'Iran è un paese molto più vasto e complesso dell'Iraq, e la resistenza nazionalista potrebbe unire contro l'invasore esterno anche chi odiava Khamenei.


I costituzionalisti. L'abuso di potere


Il secondo filone di analisi è rivolto all'interno degli USA, ed investe la questione della tenuta della democrazia americana ed, in particolare, il modo col quale il presidente Trump sta interpretando il ruolo ed il potere riconosciuto al Presidente degli Stati Uniti d'America.


Charlie Savage (New York Times), esperto di diritto della sicurezza nazionale, ha sollevato dubbi pesantissimi sulla base legale dell'attacco. Sottolinea che l'uso della forza contro uno stato sovrano, senza una dichiarazione di guerra o un'autorizzazione del Congresso, è una palese violazione della Costituzione. Il suo commento è che Trump stia operando come un «monarca bellico».

Lawfare Institute: i suoi analisti notano che non c'era una «minaccia imminente provata» che giustificasse l'autodifesa immediata. E questo rende l'attacco militare una violazione flagrante del diritto internazionale.


I falchi. Un'opportunità necessaria


In questo momento sono minoranza ma alcuni analisti, per lo più legati ad ambienti conservatori, vedono l'attacco di Trump come un atto di coraggio necessario.

Wall Street Journal: pur non essendo politici in senso stretto, gli analisti della pagina editoriale del WSJ sostengono che la «pazienza strategica» era finita. Aggiungono che il regime iraniano era sul punto di ottenere l'arma nucleare e quindi Trump ha fatto solo ciò che Obama e Bush non hanno avuto il fegato di fare: «tagliare la testa al serpente».

Foundation for Defense of Democracies (FDD): si tratta di un think tank noto per la linea dura sull'Iran. Sostiene che l'instabilità post-Khamenei sia un rischio che vale la pena correre pur di vedere la fine della Repubblica Islamica, ed ha definito l'attacco yankee un «reset storico necessario».


Sondaggi e Opinione Pubblica


Esistono già dati che riflettono il clima sociale negli Stati Uniti? Siamo negli states, ragazzi, quindi si: già ci sono, e mostrano una nazione profondamente divisa e preoccupata. La Casa Bianca parla di «liberazione del popolo iraniano», ma i sondaggi confermano che gli americani non volevano questa guerra.


Un sondaggio della Quinnipiac University, sebbene rilasciato poco prima dell'inizio delle ostilità, ha rivelato che il 70% degli elettori americani era contrario a un intervento militare in Iran.

Anche tra i repubblicani il sostegno non è unanime: solo il 35% si dichiara favorevole all'azione militare, segno che la promessa di Trump di «non iniziare nuove guerre» pesa molto sul giudizio della sua base.

Dai cittadini americani emergono soprattutto preoccupazioni di tipo economico: temono l'immediato impatto sui prezzi dei beni essenziali, come il carburante, ed un peggioramento dell'inflazione. Il sentimento che prevale è il disorientamento: che fine ha fatto la promessa trumpiana dell'«America first»? L'assicurazione di un disimpegno dai conflitti, soprattutto quelli della polveriera mediorientale, dov'è andata a finire? Per questo motivo ha messo radici il timore sotterraneo, ma profondo: il paragone con l'invasione dell'Iraq del 2003. Non sarà che l'impegno limitato promesso da Trump si trasformerà in un nuovo conflitto decennale, con costi umani ed economici insostenibili?


Insomma è appena iniziata, ma già tutti si stanno chiedendo: quando finirà?