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Domenica, 09 Agosto 2026
Anagni

Wanderungen - II

Quando chiudi gli occhi puoi vedere ciò che gli occhi non possono. Qualcosa che somiglia all'essenziale. Forse.
Di mm GIOVEDì, 03 SETTEMBRE 2026
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«Chiudi gli occhi. Che cosa vedi?

Bé, non vedo niente con gli occhi chiusi.

Allora immagina».


Mi concentro. Ma non su un'immagine. Sulla parola immagine. La radice é latina: imago. Che mantiene la stessa radice linguistica del verbo imitari, ossia imitare, copiare, duplicare. A Roma l'imago era preferibilmente un calco, una maschera, un ritratto di qualcuno o qualcosa. Dunque, di fatto, una copia fisica, concreta, direi materiale. Solo in epoca medievale siamo approdati all'imaginari. Ossia alla capacitá di creare una copia mentale, astratta, slegata dalla concreta soliditá della materia.

É questa la strada che ci ha portato all'immaginazione. Alla libertá che cediamo alla nostra mente di creare una copia della realtá.


Ma la situazione si complica. Perché, una volta accaparratasi tale libertá, la mente tira fuori l'artiglieria pesante. Non si limita piú a copiarla, la realtá. La manipola, la ricrea, la reinventa. Ne produce una tutta sua, che non pretende ed anzi non ha bisogno di alcuna patente di concretezza.

Si concede solo alla verosimiglianza. Ma anche questa non é obbligatoria. Nessun dogma, nessun confine.

Perché il problema non sta nella mente. Il problema é nostro, che abbiamo bisogno di procedere per riconoscimenti successivi.


Arriviamo alla lanterninosofia di Pirandello.

Siamo immobili, nel cosmo. Fluttuanti ed immersi in un buio totale, assoluto. Non sappiamo esattamente dove siamo, qual é la nostra posizione rispetto al tutto. Se piú in fondo o piú laterali. Anzi: non sappiamo neppure quanto é grande questo tutto. Potrebbe essere, e di fatto é, infinito.


Ma la nostra vita é movimento, rumore, cambiamento. Dunque non possiamo rimanere immobili: dobbiamo muoverci, fare un passo. Si, ma verso dove? Verso quale meta? Circondati da un buio perenne, possiamo solo avere paura. Di tutto. Perché non conosciamo alcuna direzione.

Sappiamo solo che dobbiamo muoverci, per vivere. L'unico aiuto sta nelle nostre mani. Una piccola lanterna che fa un po' di luce. Ma debolissima, ché il buio é troppo denso. E questa lanternina puó illuminarci solo fino alla punta del naso. Quasi meno di un passo.


Intorno a noi la lanternina disegna un cerchio che non riesce a darci l'idea della liberazione, della libertá. Al contrario: sembra essere un'altra prigione. Oltre il confine di un passo, oltre la prigione luce, che non riesce a mostrarti nulla, solo la gabbia spaventosa del buio.

Quale immaginazione potremmo mai esercitare in questo contesto, senza quella libertá assoluta concessa alla mente? La copia di quale realtá potremmo mai riprodurre?


L'unico modo per fuggire dalla prigione della luce e dalla gabbia del buio é rinchiudersi nel bunker della propria mente. Accettare il suo predominio. Lasciarsi andare alla sua immaginazione. Ma ci può essere liberazione dentro un bunker?


«Ehi, dove sei? Ma che ti sei addormentato? Adesso áprigli, gli occhi».

Sbatto un paio di volte le palpebre. Ritorna il rumore delle onde tranquille che si rompono sui miei piedi. Dov'erano finite?


«No. Ho fatto quello che mi hai chiesto tu.

Ho solo immaginato».


Lo vedo che non é convinto. Mi guarda strano. Sembra preoccupato.

Ma io adesso sento solo l'odore del mare.

Il vento leggero che sfiora la pelle.

Il sole che brucia giá.

Lontano.