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Mercoledì, 20 Maggio 2026
Società

Una solitudine che uccide

Finita l'alienazione novecentesca, siamo precipitati nella terrificante solitudine della nostra era. Un vuoto che si specchia e si moltiplica nella virtualità. Non stiamo diventando più matti nè più cattivi. Siamo già diventati molto più soli.
Di mm GIOVEDì, 03 SETTEMBRE 2026
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A proposito del tragico evento di qualche giorno fa, occorso a Modena, Luca Ricci sulle pagine della Stampa ha scritto un articolo che merita di essere letto. La sua lettura si è concentrata sul colpevole. Meglio ancora: sullo spessore esistenziale dell'italiano di seconda generazione, laureato, disoccupato e, a quanto riportano le cronache, spaventosamente solo: nessun amico, nessuna fidanzata. Una esistenza all'insegna dell'invisibilità. Partiamo da lui per ampliare la riflessione.


Sembra acclarato che si tratti di un caso di disagio psichico: niente a che fare col terrorismo, insomma. Ma Ricci prende le distanze da certe motivazioni. Perchè, seppure giudizialmente ed anche psicologicamente corrette, esse non riescono ad esaurire tutto lo sfondo, buio e tenebroso, dal quale sono emerse. 


Il senso profondo del suo ragionamento è il seguente: certe tragedie nascono da un male oscuro. Ma l'oscurità che innesca queste tragedie non è il furore ideologico, bensì un distacco quasi anestetico dalla realtà. Siamo vittime di un impoverimento collettivo che trascende il dato economico e  colpisce il tessuto relazionale. Insomma la società si è sgretolata, ed abbiamo perso la sua funzione primaria: fare comunità. Pertanto El Koudri non soffre probabilmente solo di un disagio psichico. Ha sofferto anche di una forma devastante di solitudine. Una solitudine tutta moderna, che appartiene alla nostra epoca.


Alla buona, vecchia, classica alienazione novecentesca si è oggi sostituita una variante contemporanea molto più subdola e pericolosa: la virtualità. Viviamo in una specie di segregazione volontaria. Teniamo lo sguardo perennemente chinato sugli schermi dei telefoni e ci illudiamo di essere connessi al mondo intero, ma la verità devastante è che non siamo mai stati così radicalmente soli. Anche fisicamente, perchè l'attenzione al display ci impedisce di avvicinarci agli altri intorno a noi. Quindi non solo siamo soli: siamo anche isolati. La realtà fisica si è svuotata di valore e di eccitazione, declassata a mero palcoscenico utile solo a produrre contenuti buoni per tirarci fuori qualche selfie. Il perimetro della nostra esperienza di vita ha perso la sua tangibilità, la sua dura concretezza materiale, sostituita da simulacri digitali che hanno creato una massa di individui estraniati ed insofferenti. Ossia: alienati nel senso novecentesco del termine.


Nella nostra quotidianità, costituita intorno ad una realtà ch'è diventata una appendice della virtualità, la solitudine trova il modo di moltiplicarsi per assenza. In tutti i messaggi che non riceviamo. In tutte le chat nelle quali non possiamo parlare. In tutti i like che non accumuliamo. In tutti i follower che non ci seguono, ciò che rimane è un vuoto incolmabile e duplice. Rimaniamo soli a camminare sul marciapiede. Rimaniamo soli a fissare un display perennemente muto.


Ecco perchè la follia di Salim El Koudri è un urlo nel deserto. L'ultimo, terribile modo di dire «io esisto». Un grido d'aiuto che in nessun modo lo rende meno colpevole, ma che ci costringe ad interrogarci più in profondità. Perchè questa solitudine moderna, che annienta il senso di comunità e prosciuga qualsiasi sentimento di solidarietà, ci riguarda molto da vicino.