La tentazione ce l'abbiamo tutti, non fate finta di niente. Viene da lontano, e s'insinua nelle epoche di transizione. Pensare che la storia sia già tutta passata, e che il presente non sia altro che una eterna condanna ripetere compulsivamente le stesse falsità. E' il frutto avvelenato di una specie di depressione socialpolitica: sentiamo di vivere in un mondo che è condannato a scivolare lungo un piano inclinato, fatto di populismi imbecilli, democrazie svuotate e cinismo santificato. Poi, all’improvviso, il futuro bussa alla porta e la geografia politica produce cortocircuiti capaci di stupirci, ancora. E di rinfrescare le nostre speranze.
Sono notizie di ieri: la Serbia ha visto esplodere una rivolta morale e generazionale contro un potere autocratico e clientelare. Invece il Brasile ha celebrato il suo riscatto democratico e istituzionale con il ritorno alla presidenza di Luiz Inácio Lula da Silva. La Serbia ed il Brasile non potrebbero essere più distanti, eppure c'è un filo tenace, profondo, che in questo momento li sta tenendo insieme. Si tratta di un'identica scintilla: il rifiuto di rassegnarsi, di dare la storia per scontata, ed al contrario la certezza fatale di meritarsi un nuovo inizio.
A Belgrado non c'è stata solo protesta contro il governo. C'è che la gioventù serba ha smesso di preparare i bagagli per emigrare, ed ha scelto di dare fastidio nel modo più bello: occupando lo spazio politico con la visione di un futuro diverso. Quei ragazzi si sono contrapposti alla narrazione pubblica della propaganda di stato, denunciando la corruzione endemica e opponendosi alle svendite ambientali. Hanno ricordato a un’Europa distratta che la democrazia non è un rituale burocratico da sbrigare ogni cinque anni, ma un corpo vivo che respira soprattutto quando qualcuno osa dire «basta».
Dall'altro capo dell’Atlantico, la vittoria di Lula ha frenato la caduta libera del gigante sudamericano. Il Brasile usciva da anni di devastazione dell’Amazzonia, attacchi sistematici alle istituzioni e disprezzo aperto per le minoranze. Il ritorno del vecchio leader operaio non ha avuto il sapore della nostalgia, ma quello dell'indispensabile argine. Infatti la sua agenda politica ha avuto al centro la dignità degli ultimi, la salvezza del pianeta ed il rispetto dei diritti civili. Insieme, gli studenti dei Balcani e gli ultimi brasiliani, hanno dimostrato che l'autoritarismo non è un destino ineluttabile, ma una parentesi che si può chiudere. Si deve.
Due colpi sono andati a segno. E ci pare una bellissima primavera, sebbene stiamo procedendo verso l'autunno. Tuttavia, non può dirsi ancora compiuta. All'appello mancano ancora due scenari, assolutamente centrali nello scacchiere del mondo. Il futuro sta bussando anche alla porta di Israele ed a quella degli Stati Uniti, con le elezioni di midterm.
Nel cuore ferito del Medio Oriente, tra le macerie polverose della guerra e quelle morali di una destra estremista, che ha già iniziato a smantellare i presidi della democrazia, il futuro sembra opaco. Eppure, la sola via d'uscita dall'abisso risiede nel tessuto migliore della società civile, quello fatto di giovani, riservisti dissidenti e movimenti per la pace. Si tratta di coloro che si rifiutano di considerare l'odio come condanna perpetua ed inevitabile, come unica moneta di scambio per transitare verso l'Israele che sarà. La vera svolta a Gerusalemme non ha il colore rosso sangue di una vittoria militare. Ma quello dolce dell'alba in cui il coraggio della coesistenza, del diritto e del reciproco riconoscimento cancellerà la retorica della distruzione.
E poi ci sono gli Stati Uniti. La guida del mondo liberaldemocratico vive da anni con il fiato sospeso, oscillando sull'orlo di un abisso ideologico senza scampo. L'America si ritrova abbagliata da spinte reazionarie che superficializzano la complessità del mondo, e che minacciano di consegnare alla storia non più il sogno americano, ma il suo incubo. Il percorso è più lungo e frastagliato, perchè dovremo attendere altri 2 lunghi e terrificanti anni prima di poter restituire speranza alla democrazia, ma la tappa intermedia delle elezioni di midterm deve essere affrontata. E vinta.
La lezione che arriva da Belgrado e da Brasilia è tanto semplice quanto radicale: il cambiamento vero non scende mai dall'alto. E, soprattutto, non arriva mai per concessione di chi detiene il potere. Te lo devi andare a prendere. Arriva quando la fatica di sognare supera la paura di rischiare. Se la Serbia ha ritrovato la voce e il Brasile il respiro, significa che il vento sta girando. Ora aspettiamo fiduciosi Washington e Gerusalemme. Per capire se saremo costretti a guardare ancora, indietro, gli spettri oscuri di un potere molto meno democratico.
Oppure spalancare finalmente le porte al futuro, che sentiamo bussare con insistenza nel profondo delle nostre coscienze.

