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Giovedì, 26 Febbraio 2026
Politica

Lo Stato della Disunione

Quasi due ore di chiacchiere. Tanta tensione e tante provocazioni. Insomma: il solito Trump.
Di mm GIOVEDì, 03 SETTEMBRE 2026


Il presidente Trump ha spiccicato, la scorsa notte, il discorso sullo Stato dell'Unione più lungo della storia americana. E' durato esattamente 1 ora, 56 minuti e 26 secondi, ed ha battuto il record precedente, detenuto da Bill Clinton che, nel 2000, parlò per 1 ora e 28 minuti. 


Giudizio complessivo?


Molti commentatori autorevoli hanno notato che la prima ora ha avuto un contenuto più istituzionale, invece la seconda parte è diventata quasi un comizio a braccio, con attacchi diretti agli avversari. Comunque sia, stiamo parlando di Trump, ragazzi. Del vecchio Donnie. Quindi possiamo dirlo immediatamente: il suo discorso è già entrato nei libri di storia. Non solo (e non tanto) per i contenuti politici, quanto per la sua durata record, ovviamente, ma soprattutto per il livello di tensione palpabile nell'aula.


Quali sono stati i momenti di tensione estrema?


In generale, l'atmosfera complessiva in aula è stata descritta come elettrica, a tratti caotica, molto diversa dal decoro istituzionale tipico di questi eventi. Uno dei momenti più scioccanti è stato quando il deputato democratico Al Green, texano, si è alzato in piedi mostrando un cartello con scritto «Black people aren't apes!» («I neri non sono scimmie»). Il riferimento diretto è ad un video particolarmente razzista che Trump ha ripostato sui social  pochi giorni fa, nel quale gli Obama sono stati trasformati in scimmie. La sicurezza è intervenuta prontamente e Green è stato scortato fuori dall'aula.


Un altro momento di forte tensione si è avuto quando Donnie ha creato volutamente un momento di scontro: ha chiesto ai presenti di alzarsi in piedi se fossero d'accordo che «il primo dovere del governo è proteggere i cittadini americani, non gli stranieri illegali». I Repubblicani hanno subito ubbidito, e si sono alzati applaudendo. Invece i Democratici sono rimasti seduti, in segno di dissenso e protesta. Allora Trump li ha indicati con l'indice gridando: «Guardateli! Dovreste vergognarvi! Sono pazzi!» («They are crazy»).

E' stato proprio durante il passaggio sull'immigrazione che le deputate Rashida Tlaib e Ilhan Omar hanno interrotto il presidente urlando «You have killed americans!» («Tu hai ucciso americani»), riferendosi ai due cittadini yankee uccisi per errore durante i barbari raid dell'ICE in Minnesota. In aggiunta anche la deputata Norma Torres ha mostrato le foto delle vittime.


Infine è da segnalare l'inevitabile scontro con la Corte Suprema. In aula erano presenti tre dei giudici della Corte che la settimana scorsa hanno bocciato i dazi di Trump. John Roberts (il capo della Corte), colui che ha scritto personalmente l'opinione di maggioranza. Amy Coney Barrett, che ha votato contro i dazi unendosi all'opinione di Roberts; il suo voto è stato particolarmente doloroso per Donnie, dato che è stata nominata proprio da lui. Infine Elena Kagan, anch'ella contraria ai dazi. Trump li ha guardati e ha definito la loro sentenza «sfortunata» e «una delusione», rompendo la tradizione che vede il Presidente evitare critiche dirette ai giudici presenti in sala.


Ed i (pochi) momenti di unità?


Gli analisti hanno registrato solo un paio di momenti in cui l'aula si è davvero unita. Il più caloroso è stato quando Trump ha presentato la nazionale maschile di hockey, reduce dalla recentissima vittoria nelle nostre olimpiadi. Gli USA non vincevano l'oro olimpico nell'hockey maschile dal famoso Miracolo sul Ghiaccio del 1980, quando la nazionale americana, formata da universitari, riuscì a sconfiggere i professionisti pluricampioni dell'URSS, vincendo poi l'oro nella finale contro la Finlandia. A Milano invece hanno vinto una finale altrettanto epica: hanno battuto il Canada (i grandi rivali di sempre) per 2-1 ai tempi supplementari. E c'è stato spazio anche per santificare un eroe: si tratta del portiere Connor Hellebuyck, che Trump ha lodato annunciando per lui la Medaglia della Libertà. Hellebuyck, infatti, è stato decisivo: ha parato ben 41 tiri su 42! Una prestazione mostruosa che ha tenuto a galla la squadra, ed anzi le ha permesso di vincere il trofeo. Questa vittoria sportiva, particolarmente sentita dal popolo americano, è considerata storica, anzi epica, motivo per cui Trump l'ha usata come momento clou del discorso per intestarsi l'orgoglio nazionale, collegando il successo sportivo alla sua propaganda di un'America che «torna a vincere». Grazie a lui. O, almeno, con lui.


Insomma: più che un discorso sullo stato dell'unione, è sembrato un match di wrestling politico. Il solito Trump che cerca attivamente lo scontro visivo, simbolico e verbale con l'opposizione, per esaltare la sua base e trascinare la valutazione della sua politica sul piano del tifo e dell'appartenenza ideologica