C’è un sentimento palpabile che attraversa le strade di Tel Aviv alla vigilia dell'appuntamento elettorale. E' la speranza, tenace e viscerale, che Benjamin Netanyahu perda queste elezioni e abbandoni definitivamente la guida del governo.
Questa speranza, che è anche attesa, è rappresentata simbolicamente dalla Piazza del Museo d’arte contemporanea, a Tel Aviv, ribattezzata ormai da tempo Piazza degli Ostaggi. Questa piazza è divenuta il simbolo dell'opposizione e del rifiuto verso l'attuale governo. Sono migliaia i cittadini si sono ritrovati qui, nella speranza che un nuovo futuro sia «Akhshav»: adesso, come urlano per farsi sentire dal destino. La richiesta più forte che rivolgono al futuro è quella di una commissione d’inchiesta indipendente che faccia piena luce sulle responsabilità del 7 ottobre, argomento che i familiari delle vittime e gli ex ostaggi hanno intenzione di ripetere anche dopo le elezioni, qualsiasi sia l'esito.
La società civile israeliana continua a pretendere trasparenza per il giorno più drammatico della sua storia recente. E non vuole solamente che Netanyahu perda le elezioni. Vuole che sia costretto a rivelare tutta la verità su quel giorno fatale.
Per molti cittadini la priorità assoluta di queste elezioni è chiara: unire le forze, superare le fratture e voltare pagina. L'addio di Netanyahu viene visto da questa parte di Israele non solo come un cambio politico, ma come il primo, indispensabile passo per ricominciare a sperare in un futuro diverso. Martedì sera, con la chiusura delle urne, si saprà se questa speranza potrà finalmente concretizzarsi.
Adesso.

