Nel cuore delle piazze iraniane, dove la richiesta di libertà si scontra quotidianamente con la repressione di regime, si è consumata una delle tattiche più spietate delle forze di sicurezza: colpire gli occhi per oscurare la verità. È la strategia dell'accecamento sistematico, un'arma usata dalle Guardie della Rivoluzione e dalla polizia antisommossa per sfregiare, terrorizzare e marchiare a vita i giovani scesi in strada.
Si usano fucili a pompa, armi caricate a pallini di metallo ed anche semplici fucili da paintball (capsule sferiche riempite di vernice) direttamente contro il volto dei manifestanti. L'obiettivo è molto chiaro: rimandare a casa i giovani marchiati per sempre. Eppure, ascoltando le storie dei sopravvissuti, emerge un clamoroso errore di calcolo. Invece di nascondersi nella vergogna, queste vittime hanno trasformato le loro ferite in potenti simboli di resistenza.
C'è la storia di Kimia Zand, 26 anni, il cui occhio sinistro le è stato strappato da un colpo di fucile da paintball a distanza ravvicinata. Per il suo compleanno, Kimia ha scelto di farsi fotografare con una benda e una singola candelina accesa davanti a sé, lanciando un messaggio che risuona come un inno alla resilienza: «Più terrificante della cecità è vedere con entrambi gli occhi ciò che stanno facendo al nostro Paese».
E poi c'è Saman, un trentenne scampato per miracolo alla morte cerebrale dopo che un pallino di metallo gli è penetrato nel cranio attraverso l'occhio. Fuggito dall'Iran, Saman non prova pietà per se stesso. Al contrario, ha scoperto che il suo trauma gli ha fornito una cassa di risonanza inaspettata: migliaia di persone hanno iniziato a seguirlo sui social network per ascoltare la sua testimonianza. «Non pensavo di essere diventato brutto o cieco. No, ero felice. Mi avevano dato uno strumento potente, una tribuna più grande per denunciare ciò che succede».
La violenza cieca dello Stato non ha risparmiato nemmeno chi, per vocazione, si prende cura della vita. Niloufar Aghaee, un'ostetrica di 32 anni, è stata privata di un occhio durante le proteste. Lontana dal lasciarsi sconfiggere, Niloufar è tornata fieramente a lavorare, sfoggiando un occhiale protettivo e ricordando a tutti una grande lezione: «Volare non richiede ali, volare richiede coraggio».
Spesso, al trauma fisico, il regime ha aggiunto l'accanimento burocratico e penale. Hassin Abedini, colpito a soli vent'anni, non ha perso soltanto l'occhio: è stato brutalmente picchiato in strada, espulso dalla sua università e sbattuto in prigione. Oggi Hassin si erge a voce anche di chi ha perso entrambi gli occhi — come il passante Hossein Naderbeigi — chiedendo a gran voce retribuzione e giustizia penale. Una giustizia negata dai tribunali del suo Paese, ma richiesta dal tribunale della storia.
Vogliamo chiudere con l'esempio di Mersedeh, donna e madre, che dalla Germania dice: «Se potessi tornare indietro, rifarei tutto da capo. Ogni mattina, quando mi guardo allo specchio, mi vedo e sento la differenza nel mio viso. Dico sempre che la bellezza sta nelle differenze, che la bellezza sta nel coraggio».
I tiranni, nella storia, hanno sempre creduto di poter piegare un popolo usando il terrore fisico. Questi iraniani s'illudevano che spegnere gli occhi dei giovani avrebbe spento anche il loro spirito. Al contrario questi giovani, sebbene privati di metà del loro campo visivo, sembrano vedere il futuro dell'Iran molto più chiaramente dei loro torturatori. Anche nel buio parziale a cui sono stati condannati, la fiamma della loro speranza di lotta continua a brillare, mostrando al mondo intero il vero volto della Repubblica Islamica.

