Sui social anagnini, ultimamente, c'è stata una sublime, quasi commovente e strenua difesa dell'innovazione. Un lirismo davvero epico che ha parlato di rinnovamento, di giovani eroi ostacolati dai poteri forti e di partiti conservati in naftalina. E tutto partendo dal peccato che ha bruciato la corazza, e che ha fatto scandalo: «l'ultimo arrivato». Che peccato questo enorme dispendio di retorica! Perchè, in effetti, non c'era proprio bisogno di tanti eccessi. Bastava semplicemente non dimenticare la matematica. O magari, senza le bende del furore iconoclasta, accorgersi per tempo che di semplice malinteso sintattico si trattava.
Perchè la realtà è molto, ma molto assai, più semplice, e ben evidente a tutti. Definire qualcuno l'ultimo arrivato non è un attentato alla gioventù politica, né un reato di lesa maestà contro i portatori di idee nuove. Non si tratta di disonestà intellettuale ma della semplice, elementare e fredda lettura della classifica elettorale.
Prima delle elezioni qualcuno può essere l'ultimo arrivato. Ma dopo le elezioni l'ultimo arrivato diventa, assai banalmente, quello che è arrivato ultimo. Quarto su quattro non è un'opinione: è una sentenza politica.
Ecco allora che tutto l'impianto retorico si smonta da solo, e senza neanche bisogno di chiamare un muratore.
Chi arriva dopo disturba? Qui l'unico vero disturbo sembra essere quello dell'aritmetica. A giudicare dai numeri, non è proprio riuscito a disturbare l'elettorato.
Chi porta idee nuove va ridimensionato? Ahinoi. L'ingrato compito del ridimensionamento non se lo è assunto nessuna cupola di partito ma, semplicemente, i cittadini nelle urne, confinandolo in fondo alla fila.
Chi blocca l'ingresso ai nuovi lo conserva in formalina? Sarà. Però la realtà ci dice che, per arrivare ultimi su quattro in una competizione locale, non serve alcuna formalina: basta semplicemente riuscire a non farsi votare.
Insomma: prima di scomodare i massimi sistemi, le colpe secolari e la purezza primigenia dell'innovazione osteggiata, sarebbe molto più utile, semplicemente, fare pace con il pallottoliere.
Anche perchè, se si vuole recitare la parte dei profeti incompresi del domani, magari potrebbe essere utile evitare certi piccoli, e trascurabili, malintesi sintattici.

