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Lunedì, 28 Settembre 2026
Economia

Non più del 30% in classe. Almeno l'80% al fisco

Quando una percentuale diventa un problema se sta in classe, ma una fortuna se sta buona e mantiene il paese. I fessi siamo noi.
Di mm LUNEDì, 28 SETTEMBRE 2026
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C'è un numero che, in questi giorni, sta vivendo una seconda giovinezza: è il 30. Per l'esattezza: il 30%.


Prima è toccato alla scuola: oltre alla soglia del 30%, in determinate condizioni, i bambini stranieri non possono essere concentrati nella stessa classe. Una misura presentata come strumento per garantire un adeguato equilibrio linguistico. Della serie: mi dispiace, bambino, ma sei arrivato tardi. Non ce l'hai un bosco, nelle vicinanze, dove andare ad abitare?


Poi, curiosamente, lo stesso numero 30 è ricomparso davanti al fisco. Secondo i dati dell'Osservatorio di Itinerari Previdenziali, il 30,22% dei contribuenti versa il 78,67% dell'Irpef. Solo che, in questo caso, il 30% non è quello da tenere fuori (dalla classe), bensì quello da tenere ben dentro (il bilancio dello stato). Perchè, i grandi dei non vògliano, se questo 30 non ci fosse più, sparisse oppure anche diminuisse, il paese finirebbe definitivamente in bancarotta. Della serie: cornuto, mazziato e pure pagatore.


Insomma: a scuola quel 30% è un problema perchè è davvero troppo grande. Invece, davanti al commercialista, lo stesso 30% è un problema perchè è davvero troppo piccolo. 


Noi siamo uno di questo 30%. Non a scuola, eh. Ma nei conti dello stato.


E se provassimo ad invertire i contesti? «Mi dispiace, signore, lei ha già raggiunto il contributo del 30% di tutte le somme che versa nelle casse dello stato, quindi si accomodi: non può più pagare».

«Ma come? Che ingiustizia è questa?»

«Non insista. Ha già superato la soglia prevista. Deve lasciare spazio agli altri. Non ci costringa a denunciarla perchè si ostina ad andare oltre il 30%. E' legge dello stato, signore, e va rispettata scrupolosamente. Da tutti».


Il 30% che mantiene lo stato è quello che rimane in classe, da solo, mentre gli altri fanno ricreazione. Vanno in giro, mangiano, si divertono, fanno festicciole improvvisate. Invece, lui, sbocconcella qualche briciola portata da casa: niente distributore, niente bar. E, quando la lezione ricomincia, si prende pure gli sberleffi: «Ma perchè te ne stai chiuso qui in classe? Perchè non te ne vai in giro, a socializzare e divertirti?».


Ne siamo perfettamente consapevoli: siamo privilegiati. Abbiamo il privilegio di pagare la scuola, la sanità, i trasporti, il bonus monopattino, tutta la politica, da nord a sud, nei comuni e nel parlamento. Siamo talmente privilegiati che, se ci lamentiamo, ci sentiamo rimproverare: «Siete fannulloni, improduttivi ed egoisti!». Noi siamo il 30% che regge l'aula. Siamo troppi? Siamo pochi? Siamo stanchi.


Perchè abbiamo capito, finalmente, che il vero tetto del 30% non è quello della scuola.


È quello del soffitto fiscale, sotto il quale vivono tutti gli altri. I parassiti.