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Venerdì, 25 Settembre 2026
Politica

L'illusione civica. Dalle mani libere alle mani vuote

I partiti sono dei gran peccatori, vero. Ma chi è senza peccato scagli la prima pietra. Non illudetevi: la purezza non appartiene a nessuno. Neppure ai civici.
Di mm VENERDì, 25 SETTEMBRE 2026
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La narrazione politica locale, almeno da un decennio a questa parte, ha eretto un nuovo totem: il civismo. Di fronte al logoramento ed al discredito dei partiti tradizionali, il concetto di gruppo civico si presenta puntualmente agli elettori come un rifugio incontaminato, uno spazio asfittico dove l'ideologia, considerata solo come inutile faziosità, è cancellata del tutto in nome di un sedicente pragmatismo del fare, e del fare per la comunità. Il mantra ci è ben noto, ed è recitato in ogni comune italiano: «Non siamo né di destra né di sinistra, vogliamo solo risolvere i problemi del territorio». Ecco. A noi pare che, dietro questa rassicurante maschera di purezza post-ideologica, si nascondano contraddizioni strutturali che finiscono per minare del tutto non solo l'efficacia, ma la stessa utilità dei gruppi civici che si propongono in questo modo.


Il primo, gigantesco equivoco di questo civismo è la pretesa di poter separare nettamente l'amministrazione locale dalla visione del mondo. Le persone hanno diritto/necessità ad avere una visione del mondo. Ma, una volta entrate in un gruppo civico del genere, sembra che questo diritto/necessità, magicamente, scompaia: non serva più. Improvvisamente non è più necessaria una visione del mondo, ossia una ideologia. E tutta la fatica che è stata compiuta per arrivare ad averne una, è letteralmente buttata nel cesso. Tappare una buca o riparare un lampione sono, indubbiamente, atti neutri. Ma sarebbe bene, e soprattutto utile, non confondere la politica, anche a livello strettamente locale, con la manutenzione ordinaria. Quando un'amministrazione deve decidere se destinare i fondi del bilancio comunale all'edilizia residenziale pubblica oppure agli incentivi per le imprese locali; se chiudere un centro storico al traffico oppure costruire un nuovo parcheggio; se investire nell'inclusione sociale oppure nella sicurezza urbana, sta compiendo scelte squisitamente ideologiche. L'ideologia, che non è solo la sua versione dogmatica, non è altro che il sistema di valori che stabilisce le priorità di una comunità. E' l'elemento fondamentale che consente di operarla, una scelta, quale che sia. Fingere di non averne una, o di dimenticarsene, significa, quasi sempre, perdere il proprio centro, smarrire il senso di quello per il quale si ritiene giusto o sbagliato portare avanti delle battaglie politiche. Il risultato è il tirare a campare, ossia limitarsi alla manutenzione ordinaria, per l'appunto, che non ha niente a che fare con la politica, che è anche un modo di vedere il mondo. 


Ed è qui che salta fuori il paradosso più dirompente di questo tipo di civismo. Per massimizzare il consenso e mantenere intatta questa ambigua idea di purezza, ossia di neutralità, queste formazioni imbarcano senza il minimo scrupolo figure provenienti da percorsi politici diametralmente opposti. L'illusione che viene venduta all'elettore è che un limitato pragmatismo locale sia in grado di rappresentare il miracoloso collante tra l'imprenditore liberista, il militante di sinistra ed il nostalgico del ventennio: tutti insieme appassionatamente, uniti dall'amore per la città. Ma, come sappiamo bene tutti, esistono tanti tipi di amore. Ed amare una città significa avere il coraggio di avere una visione che permetta di fare scelte un po' più articolate e complesse del tappare una buca.


Non solo. Avere un minestrone con sensibilità tanto distanti non facilita affatto le scelte politiche; al contrario: non appena tutte le buche saranno state tappate, prepara un terreno fertilissimo per la paralisi amministrativa. Nel momento esatto in cui il governo civico deve affrontare un nodo politico reale (come l'urbanistica, la gestione delle partecipate o le politiche di welfare), la presunta purezza del gruppo si infrange contro la dura realtà delle convinzioni individuali. Senza una bussola ideologica condivisa, capace di essere la cornice di riferimento, ogni decisione complessa perderà il suo orizzonte di senso. Il governo della città si trasformerà in una logorante negoziazione a somma zero, dove le diverse anime della lista minacciano continue crisi di maggioranza pur di non cedere sulle proprie (e mai realmente sotterrate) posizioni (ideologiche) di partenza. Perchè occorre essere chiari: l'assenza di un'ideologia dichiarata non cancella le visioni del mondo individuali, le rende solo sotterranee. 


Queste liste civiche finiscono così per rivelarsi non la cura, ma il sintomo di una politica debole, che rifiuta la fatica della sintesi identitaria per rifugiarsi nell'unica purezza che realmente gli appartiene: il tatticismo elettorale. Per non scontentare le anime distanti che compongono la maggioranza, si evitano sistematicamente le scelte divisive o di lungo respiro, ripiegando sulla mera gestione dell'esistente. L'ideologia, che i civici avevano scacciato dalla porta come un inutile orpello, rientra dalla finestra imponendo la paralisi. La promessa di una purezza amministrativa non solo è inesistente e inapplicabile, ma si rivela in ultima istanza politicamente sterile: chi promette di governare senza un'ideologia finisce, quasi inevitabilmente, per trovarsi incapace di decidere in quale direzione guidare la propria comunità.


Rimane un'ultima, importante componente retorica che accompagna l'idea di un certo tipo di civismo: quella delle cosiddette mani libere. L'inganno principale è far credere che un comune sia una specie di repubblica indipendente, che deve rendere conto esclusivamente a se stessa. Non è affatto così, e non lo è mai stato. La retorica del «non dobbiamo rispondere a Roma, nè al capoluogo» suona benissimo in campagna elettorale, ma si scontra con la realtà contabile: i Comuni non stampano moneta. Dipendono in modo vitale da bandi regionali, fondi statali, PNRR e reti istituzionali. Un partito tradizionale, per quanto difettoso e piegato a logiche di segreteria, garantisce una filiera istituzionale. Il sindaco civico, fiero del suo isolamento, quando deve andare alla regione a battere i pugni sul tavolo per l'ospedale, o per un finanziamento infrastrutturale, si accorge inevitabilmente di avere bisogno proprio di quegli interlocutori che ha costantemente schifato nella sua propaganda. E così, le illusorie mani libere diventano mestamente mani vuote.


Questo civismo sventola come una bandiera il non dover rispondere ad alcuna segreteria di partito. E' vero: il civico non deve obbedire ad alcuna segreteria nazionale, in virtù del suo isolamento politico, ma è altrettanto vero che dovrà obbedire a chi gli ha garantito l'elezione sul territorio. Siamo nel pieno della contraddizione più feroce: il civico si libera del partito per consegnarsi ostaggio dei portatori di voti locali. Forse non risponderà a Roma, ma certamente dovrà rispondere agl'interessi dei potentati locali che hanno appoggiato la sua conquista del potere. Il mito della purezza è svanito: il compromesso al ribasso non si fa più in nome di una linea politica nazionale, ma sulle rivendicazioni locali, di campanile o, peggio, sugl'interessi particolari di un singolo capobastone.


Avere le famigerate mani libere da vincoli esterni non serve a nulla, se il corpo politico è paralizzato dall'interno. Questo civico vanta l'indipendenza dai partiti ma, avendo imbarcato ex leghisti, ex piddini, ex fratellini, ex moderati ed ex radicali pur di vincere, scopre troppo tardi che la vera opposizione c'è, e siede tra i suoi stessi banchi. Quando si tratterà di prendere una decisione che tocca i valori profondi, il fatto di non avere una ideologia di riferimento trasformerà l'impotenza in dramma. Nessuno sarà in grado di imporre una sintesi. E le famigerate mani libere si ritroveranno a tirare la fune in direzioni opposte, immobilizzando l'amministrazione.

La città non merita di essere sminuita: la polis non è un condominio, ed il sindaco è cosa diversa da un amministratore di palazzo. Il rifiuto dell'ideologia, o il suo mascheramento dietro una nebbia vuota, cancella la visione a lungo termine, impedisce un progetto di grande respiro. Quello che resta è la semplice manutenzione. 

I partiti tradizionali sono macchine imperfette, lo sappiamo, ed hanno tanto da farsi perdonare. Operano alla luce del sole, all'interno di una cornice valoriale ed ideologica, che gli stessi elettori hanno il potere di ampliare, modificare, precisare a seconda delle condizioni epocali. Ma un certo tipo di civismo, che spaccia una purezza inesistente e diventa un minestrone buono per qualsiasi idea, di centro di sinistra di destra, senza ordine senza sintesi senza direzione, è solo un'illusione ottica.


Basta aprire bene gli occhi per accorgersene.