La salvezza del pianeta terra, come hanno capito bene i politici di razza, non si decide nei faraonici vertici internazionali sul clima o nelle aule dei parlamenti. Si decide esattamente alle sei e mezza del mattino, nella penombra di una cucina. Dove l'eroe contemporaneo, tra uno sbadiglio ed una grattatina, si immola sull'altare della sostenibilità compiendo un rito quotidiano con la stessa ancestrale gravità di uno sciamano.
Tutto inizia con la moka. La tradizionale, rassicurante caffettiera in alluminio. Il cui filtro viene purificato non da detersivi aggressivi e mirabolanti veleni chimici da supermercato, ma con un candido e benefico aceto bianco di alcol. Un gesto antico, fiero, che ci fa sentire in pace con la fauna marina dell'oceano pacifico e con i ghiacciai che si stanno sgretolando, anche se l'odore in cucina ricorda vagamente quello di un'intera salumeria andata a male.
Poi c'è il momento del nutrimento consapevole. Niente merendine incartate in tre strati di polimeri radioattivi. Il cittadino green allestisce una ciotola che è un inno alla virtù: kefir, fiocchi d'avena, mirtilli, noci e l'immancabile rito dei semi di lino, macinati rigorosamente all'istante per non disperderne i mistici poteri omega-3. Un pasto che richiede la stessa logistica preventiva dello sbarco in Normandia, ma che garantisce l'assoluzione immediata da tutti i peccati climatici della settimana. Il paradiso, green, è in via di acquisizione.
Il pane, rigorosamente fatto in casa con farine locali, portate a schiena d'asino dal contadino più vecchio del tempo, nel frattempo riposa al sicuro nel suo sacchetto di tessuto trattato con cera d'api. Un manufatto dal sapore ancestrale, che profuma di arnie e di inebriante superiorità morale. Avvolgere la pagnotta lì dentro regala la granitica certezza di aver appena abbassato la temperatura globale di almeno un millesimo di grado centigrado, ma vuoi mettere?
Ed è proprio in quel momento di estasi ecologica, mentre l'ultimo sorso di caffè (talmente green ed ecologico che non sa neppure più di caffè) scende in gola, che si consuma la grande illusione ottica del nostro secolo. Perchè, mentre noi sciacquiamo il vasetto dello yogurt separando maniacalmente l'etichetta di carta dal tappo di alluminio, per non alterare l'equilibrio cosmico della differenziata, dall'altra parte del mondo un magnate della tecnologia accende il suo jet privato per saltare il traffico della tangenziale. E così, mentre ci flagelliamo con un cilicio di spine per aver dimenticato a casa la borsa di tela, fatta con materiali organici recuperati da qualche cimitero oscuro della Patagonia, e ci condanniamo a trasportare la spesa in equilibrio precario sulle clavicole, per puro spirito di masochismo ecologico, una flotta di navi cargo grandi come il Molise brucia tonnellate di petrolio per consegnarci in ventiquattr'ore un cavetto usb dalla Cina.
Ma noi non cediamo. Noi resistiamo stoicamente alle contraddizioni. Convinti che il collasso termico dell'ecosistema si combatta trincea per trincea, a colpi di borracce in acciaio inossidabile e cannucce di carta che si spappolano irrimediabilmente in bocca dopo tre secondi netti. Siamo i moderni Atlanti, e siamo convinti di sostenere l'ecosistema sulle spalle, racchiuso in comodi sacchetti 3x5.
Rigorosamente biodegradabili.

