Il Pentagono ha ultimato i preparativi strategici per un potenziale intervento militare contro Cuba, e attende unicamente l'autorizzazione definitiva del Presidente Donald Trump. L'ipotesi di un'azione armata ha preso forma in seguito all'inefficacia delle precedenti misure di pressione economica e politica impiegate nel tentativo di destabilizzare l'attuale governo comunista. Se l'offensiva venisse confermata, si tratterebbe del terzo conflitto internazionale avviato dall'amministrazione Trump. Standing ovation al premio Nobel per la pace.
Nonostante il simultaneo sforzo bellico con l'Iran, gli Stati Uniti mantengono nel Mar dei Caraibi uno schieramento navale imponente, considerato il più vasto al di fuori del quadrante mediorientale. Tra i principali assetti operativi spicca il gruppo di attacco della portaerei USS Nimitz, giunto nella regione a maggio e supportato da incrociatori e cacciatorpediniere attrezzati per il lancio di missili di precisione su bersagli terrestri.
A queste forze marittime si aggiunge una rete di sorveglianza aerea avanzata: da mesi, droni e velivoli da ricognizione statunitensi pattugliano incessantemente lo spazio aereo sovrastante l'isola. Questo massiccio spiegamento prepara il terreno a molteplici scenari operativi, che spaziano da attacchi chirurgici mirati fino alla potenziale cattura dei vertici del governo dell'Avana, un'operazione che ricalcherebbe le recenti azioni intraprese contro l'ex presidente venezuelano Nicolás Maduro.
Le motivazioni dietro questo atteggiamento aggressivo sono state esplicitate dal Segretario di Stato Marco Rubio, il quale ha definito Cuba, distante appena 145 chilometri dalle coste americane, un «paese fallito» che costituisce un grave pericolo per la sicurezza nazionale americana. Anche se, a dirla tutta, davvero non si capisce che tipo di pericolo potrebbe mai rappresentare una piccola isola massacrata da decenni di embargo.
Dal punto di vista tattico, sebbene un'invasione terrestre su vasta scala richiederebbe un ulteriore dispiegamento di truppe, la flotta attuale offre già ampie opzioni offensive. Come sottolineato dai vertici militari, la presenza della Nimitz assolve a una funzione di intimidazione, ma potrebbe anche fungere da base per annientare le difese aeree cubane. L'obiettivo strategico primario in questo scenario sarebbe l'eliminazione della leadership, con Raúl Castro nel mirino principale, al fine di instaurare a Cuba dinamiche governative simili a quelle ora applicate in Venezuela. Non a caso, l'arrivo della portaerei è coinciso con l'incriminazione formale dello stesso Castro da parte degli Stati Uniti, configurandosi come una chiara dimostrazione di forza.
L'amministrazione si trova però di fronte a una finestra temporale critica per l'azione, dovuta al forte affaticamento degli assetti militari. Le grandi navi da guerra impiegate nelle operazioni stanno raggiungendo i dieci mesi di navigazione continuativa. Questa permanenza in mare supera di gran lunga la durata standard di una missione, normalmente prevista tra i sei e i sette mesi. Tale prolungamento ha sollevato forti preoccupazioni nei vertici della difesa, a causa dello stress accumulato dagli equipaggi. La flotta risulta ulteriormente sotto pressione a causa dell'impegno nel Golfo Persico per il blocco navale contro l'Iran. Per supportare queste vaste operazioni, la Marina ha persino deciso di ritardare il pensionamento della USS Nimitz: la nave, che doveva essere smantellata in Virginia per la rimozione dei motori nucleari, è stata invece mantenuta in servizio attivo fino al 2027.
A queste difficoltà si aggiungono le preoccupazioni relative al mantenimento della forza lavoro. Le missioni prolungate e indefinite hanno sconvolto i piani di rotazione e i rientri in patria dei Marines. Esperti e veterani avvertono che queste tempistiche incerte minano profondamente il morale delle famiglie, riducendo le probabilità che il personale scelga di rinnovare il proprio arruolamento. Tali dinamiche preannunciano seri problemi logistici anche per le future e necessarie operazioni di manutenzione delle flotte una volta rientrate alle basi.
Il clima è talmente incerto che, addirittura, né il Pentagono né la Casa Bianca hanno voluto rilasciare dichiarazioni ufficiali in proposito.

