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Mercoledì, 24 Giugno 2026
Politica

God save the Bregret

Da «rule Britannia» a «ruin Britannia», e senza passare dal «VIA!». E' trascorso appena un decennio, e la Brexit presenta già un conto. Disastroso. Della serie: come farsi male da soli, sognando l'impero che fu.
Di mm VENERDì, 04 SETTEMBRE 2026
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Dieci anni. È passato un decennio esatto da quel fatidico giugno 2016 in cui il Regno Unito decise, grazie al trionfo di un testardo masochismo democratico, di segare il robusto ramo europeo su cui era comodamente seduto. Oggi, spenti gli echi delle fanfare sovraniste e sbiadite le promesse scritte sulle fiancate degli autobus rossi, al di là della manica è del tutto scomparsa l'illusione di un new empire. Adesso domina un sentimento assai più prosaico: il Bregret. neologismo da «brexit» + «regret» (rimpianto, pentimento).   Un pentimento tardivo, amaro e, francamente, un po' ridicolo.


Se la Brexit doveva essere il nuovo rinascimento britannico, i numeri raccontano piuttosto un novello medioevo. Sentite qua: l'Office for Budget Responsibility (OBR) è un ente pubblico indipendente del Regno Unito, istituito nel 2010 con l'obiettivo di fornire analisi neutrali e autorevoli sull'andamento dell'economia e delle finanze pubbliche britanniche. Insomma: è una specie di cane da guardia dei conti dello Stato. Ebbene: l'OBR, che non è propriamente un covo di euroinomani, ha definito con precisione il disastro: un colpo strutturale del 4% al PIL nazionale e un crollo verticale del 15% sugli scambi commerciali. Come se non bastasse, gl'investimenti esteri sono fuggiti a gambe levate, mentre le aziende britanniche affogano in un mare di burocrazia doganale per esportare una scatola di biscotti. Anche quelli al burro, buonissimi, perfetti per la vostra cup of tea: avete presente? Ed i famosi 350 milioni di sterline a settimana promessi al sistema sanitario nazionale? Magia: completamente svaporati, insieme ai medici e agli infermieri europei che tenevano in piedi gli ospedali.


Il nostro pensiero amorevolissimo va alla nostra bonnie Scotland. Che dieci anni fa, su questa nave della quale non era difficile prevedere un disastroso naufragio, non ha mai voluto salire. A nord del vallo di Adriano, nonostante i cambiamenti climatici che coinvolgono anche le terre britanniche, l'aria che tira è ancora più gelida, e non per colpa del meteo. La Scozia, che dieci anni fa votò in massa (62%) per restare agganciata all'Europa, si ritrova adesso ostaggio di una decisione presa nei pub inglesi. Edimburgo, e soprattutto Glasgow, ribollono. La pazienza scozzese, che non è proprio specialità della casa, è svaporata ancor più velocemente della Brexit, ed ora la richiesta di un nuovo referendum per l'indipendenza non è più una minaccia elettorale, ma una scialuppa di salvataggio. Perché affondare con Londra quando si può tornare a navigare con Bruxelles? 


Tuttavia, il capolavoro comico di questo decennio si è consumato a Westminster. Ricordate l'antico e insopportabile snobismo british? Quel sorriso di sbieco, carico di compatimento, con cui i commentatori liquidavano l'Italia come un teatrino di inaffidabili trasformisti? Gl'italiani che cambiavano governo come loro cambiavano camicie? Ebbene: guardateli oggi. Da quando hanno deciso di riprendere il controllo (?), Downing Street si è trasformata nel bancone di un fish and chips: un via vai di primi ministri come neanche nella nostra, vituperata, prima Repubblica. Sono transitati Cameron, May, l'istrionico Johnson, l'effimera Truss (sappiamo bene ch'è difficile ricordarla, visto ch'è sopravvissuta politicamente meno di un cespo di lattuga), il tecnocrate Sunak e, dulcis in fundo, l'ennesimo tonfo. Anche Keir Starmer, l'uomo che doveva riportare l'ordine e la serietà al timone, ha fatto le valigie, dimettendosi e certificando il collasso definitivo del sistema. Senza dimenticare, va da sè, tutte le defezioni di ministri nominati e poi dimessi.


E dire che, per 47 anni, Londra è stata nell'Unione Europea con un piede costantemente fuori dalla porta. È proprio questo che aveva reso la retorica della Brexit del tutto paradossale: quando mai i british si sono davvero sottomessi a Bruxelles? L'elenco delle deroghe assolutamente uniche, fatte apposta per loro, era lunghissimo: dalla sterlina alla guida a sinistra; dal trattato di Schengen rifiutato ai miliardi di compensazioni del rebate; dalle leggi europee on demand alle pinte ed alle miglia. Della serie: chi stava meglio dei britannici? 


Oggi, guardando le bianche scogliere di Dover, noi europei non proviamo più nè dispiacere nè rabbia, e forse nemmeno pietà. Solo una profonda, liberatoria ironia. L'Europa, con tutte le sue innumerevoli magagne, può finalmente godersi lo spettacolo: i maestri di democrazia, di stabilità, di responsabilità; quelli che stavano in Europa in punta di piedi, sono appena diventati la repubblica delle banane del Mare del Nord.


Solo che, causa meteorologica, fa troppo freddo per coltivare le banane in Gran Bretagna. E adesso, grazie alla Brexit, importarle costa uno sproposito in dazi doganali. Più adeguato, allora, salutare la nascita della nuova Repubblica delle Rape. Un ortaggio duro, tipicamente british, cresciuto al freddo, dal retrogusto povero e che, esattamente come la Brexit, si fa una fatica del diavolo a digerire


God Save the Bregret.